Quinto invio
Missioni

Giovedì 18 marzo 2010, qui sono le circa le 12,30 e dopo quasi una settimana riesco a rimettermi al computer per mandarvi gli ultimi “appunti di viaggio” che per me rimane sempre un diario. Un documento dove, compatibilmente con le disponibilità che gli eventi ci consentono, possiamo descrivere quanto succede da queste parti. Se dipendesse solo da noi sicuramente avremmo la possibilità di scrivere regolarmente. Purtroppo facciamo i conti con i collegamenti internet e con il lavoro che stiamo portando avanti. Rita sicuramente vi avrà parlato dettagliatamente dell’arrivo del container che ci ha impedito una gita programmata insieme a Romeo e del pranzo fatto a casa di Doña Alba la madre di Titi.
Questo diario contiene le notizie a partire da lunedì 15 marzo u.s.
Lunedi mattina 15 marzo u.s. alle 3,30 del mattino, ora locale, suona la sveglia del cellulare (qui non abbiamo altre sveglie) che, con sforzo immane, ci riporta in questo mondo per ricordarci che dobbiamo prepararci per andare in gita, con la quinta B della scuola di P. Giorgio, a El Ceibal uno dei tantissimi siti archeologici che gli antichi Maya hanno lasciato in giro per il Petén.

Dopo qualche improperio e mugugno ci costringiamo ad uscire dal letto. Un’ora per preparare tutto quanto era necessario portarci dietro (compreso il repellente per gli insetti). Facciamo una colazione frugale e poi i preparativi sono tutti per la “comida” (pranzo al sacco) da portare al seguito. Alle quattro e trenta usciamo e ci avviamo verso la Tienda Esquipulas, un negozio che si trova a poche decine di metri dalla casa dove viviamo e dove è possibile trovare quasi tutto. Aspettiamo il pulmino che ancora non si vede, ma sappiamo che qui gli appuntamenti hanno i loro orari nel senso che, non bisogna fare molto affidamento si dice un’ora e poi si arriva quando va bene almeno dopo un’altra buona ora di attesa. Nonostante le nostre precedenti esperienze non ci siamo ancora abituati all’ora “chapina” e a quell’ora del mattino fa freddino vista l’escursione termica tra giorno e notte, durante la quale, quando si va a dormire, è necessario l’uso della copertina. Nel frattempo vediamo in lontananza i fari del mezzo che ci porterà in gita. Eccolo, si avvicina… un pulmino da venti posti alquanto sgangherato ma per i locali un mezzo di gran lusso. Si ferma davanti a noi ed un’immensa nuvola di fumo nero, puzzolente di gasolio che fuoriesce dallo scarico, ci avvolge tutti pulmino compreso. Si apre la portina di accesso e subito ci catapultiamo dentro per uscire da quel fetore. Veniamo accolti da una musica assordante pari a 15.000 decibel circa. I ragazzi sono euforici e gasati e ci salutano con un urlatissimo buongiorno in italiano che noi ricambiamo con tranquillità e pacatezza. Il nostro atteggiamento quasi serioso non li turba affatto. Ci hanno lasciato dei posti subito dietro l’autista, quasi in prossimità del vano motore tanto che dobbiamo fare una certa fatica per infilare i piedi e sederci. Il pulmino è da venti posti, ma l’equipaggio – professori, ragazzi e noi - è di 28 persone più l’autista. Stiamo strettini ma partiamo alla volta di Saiaxché (Saiacè).

Notiamo subito che l’autista ha una guida piuttosto sportiva nel senso che guida all’inglese cioè a sinistra e quando vede un mezzo che arriva in senso contrario si risposta a destra. Più e più volte abbiamo “stretto” perché solo all’ultimo momento l’autista si è riportato nella carreggiata giusta. Nei sorpassi l’autista “aiuta” il pulmino e noi con lui al grido di uno ola. Nonostante in Guatemala si guidi come in Italia, la strada per Flores é percorsa come una pista di formula uno. Al mio fianco Rita e Franca sono alquanto preoccupate. Cerco di tranquillizzarle ma la loro tensione non è attenuata neanche dalla musica regge, pop, rock e chi più ne ha più ne metta sparata dalla radio a “volume 56”. I Prof. non si lamentano….. Lungo strada, in prossimità di villaggi, incontriamo dei “tumulos”, dissuasori di velocità, talmente alti che se ci fossero così anche in Italia, molte macchine sarebbero sempre in officina per essere aggiustate. Con le orecchie “frantumate” dalla musica arriviamo a Saiaxché, non prima di aver utilizzato il traghetto per raggiungere l’altra sponda del “rio La Passion” chiamato così perché se in superficie appare calmissimo, in profondità è percorso da fortissime correnti subacquee. La fauna, ci dicono, è costituita da pesce molto squisito, da tartarughe e da coccodrilli.
Prima di salire sulla lancia facciamo una breve sosta per acquistare la “comida” che qualcuno non ha portato e per fare la pipì. Troviamo un bagno a pagamento“por caballeros”: 2 quetzales (€ 0,02) con carta igienica, ma poiché quelli per “las damas” sono senza acqua, le mie compagne possono entrare egualmente. Po caridariiiiii E’ vero che all’ingresso, compreso nei 2 quetzales, ci danno la carta igenica, però l’acqua da buttare nel water devi prelevarla da una tamburlana. Franca e Rita si aiutano entrando a turno e suscitando con la loro presenza la curiosità degli avventori. Non è molto normale, in questo posto, che due donne si servano di servizi igienici dove entrano gli uomini. Finalmente partiamo con due lance, quattordici persone su ognuna: ci aspettano 2 ore di percorso fluviale prima di arrivare a destinazione. Fa molto caldo, noi siamo sulla lancia in compagnia del Prof. che intrattiene i ragazzi riguardo la gita che si andrà a fare e che sarà certamente un banco di prova per i prossimi diplomati in “eco-turismo”. I ragazzi hanno tutti un manualetto/guida che ripassano continuamente perché ognuno di loro, a turno, dovrà illustrare, come se fossero davanti a dei turisti, il sito dal punto di vista storico, archeologico ed ecologico.

Ce ne facciamo prestare una copia ed apprendiamo così la storia di quei Maya che si stabilirono a Ceibal e lì si estinsero (tra il 700 ed il 950 dopo Cristo). Nell’ultimo tratto e fino al nostro approdo troviamo foresta fittissima, silenzio interrotto solo dagli uccelli e dalle grida delle scimmie urlatrici. Cerchiamo di vedere i coccodrilli, ma apprendiamo che escono solo di sera. Arriviamo intorno alle 10,00 ed il professore invita tutti i ragazzi a stare raggruppati, a camminare possibilmente in fila indiana e al centro del sentiero per evitare eventuali serpenti che qui sono molto velenosi. Arriviamo in prossimità di uno spiazzo e un ragazzo – simulando di essere una guida – ha cominciato a descrivere il posto cominciando dal suo nome: Ceibal. In antichità i Maya chiamarono così quel posto per la presenza di una grande quantità di “ceiba” un albero altissimo che è diventato il simbolo nazionale del Guatemala assieme al “quetzal” un uccello ormai raro. I ragazzi si sono alternati nell’esposizione sia archeologica che ecologica, qualche volta il Prof è intervenuto per correggerli o per suggerire atteggiamenti da tenere o non tenere con i turisti. Lo spettacolo naturale era veramente senza fiato: foresta incontaminata, una vegetazione rigogliosa, animaletti di ogni tipo (abbiamo visto anche un ”pajaro carpentiere”, tipo picchio). Nel silenzio si sentivano solo la voce dei ragazzi e i rumori della foresta. Ci siamo fermati per pranzo intorno alle 13,00, ci siamo riposati un po’ e poi abbiamo continuato la nostra esperienza. In quel sito sono state riportate alla luce 17 stele incise e solo due piramidi; il sito, vastissimo, attualmente è in fase di scavo ed abbiamo trovato un’equipe che stava lavorando su tre piramidi una della quali conteneva resti umani. È da tenere presente che gli scavi sono effettuati sia in profondità che in altezza, poiché le strutture con i secoli sono state inglobate dalla folta vegetazione ed è quindi molto difficile, dispendioso e lungo riportare alla luce i manufatti. Alle domande che ponevamo in qualità di “turisti”, i ragazzi rispondevano in modo esaustivo e con ricchezza di particolari. Si sono inoltre sforzati di conversare in italiano facendo tesoro delle lezioni di Giovanni prima e delle nostre cominciate venerdì scorso. Intorno alle 15,00 abbiamo fatto ritorno alle lance per il nostro rientro a casa. Nelle due ore necessarie per ritornare a Saiaxché, lungo il fiume, abbiamo visto un cavallo bloccato nella melma del fiume fino sopra le gambe per cui completamente impossibilitato a liberarsi da solo e probabilmente anche con l’aiuto dell’uomo. I ragazzi, nel vedere l’animale, come se si trattasse di una cosa normale, ci hanno informato che quello, nel corso della notte, sarebbe diventato alimento per i coccodrilli. Forse per il caldo sofferto e per la stanchezza accumulata, il viaggio di rientro ci è sembrato interminabile (siamo arrivati a casa dopo le 22,00), anche perché i ragazzi si sono voluti fermare lungo strada per mangiare sapendo che a quell’ora al colegio non avrebbero trovato nulla.

Martedì 16 marzo u.s..
Giornata interamente passata all’aldea Sacùl Abajo, si arriva sul posto dopo oltre un’ora di fuoristrada con sobbalzi e scombussolamenti vari. Ogni tanto lungo il percorso si incontrano dei mezzi carichi all’inverosimile sia di persone che di masserizie varie che probabilmente serviranno per il mercatino locale di Dolores. P. Ottavio quasi sempre è costretto a fermarsi perché due macchine nello stesso momento non possono passare. Con noi ci sono Suor Angelica, Sor Imelda e doña Betty la catechista del paese dove stiamo andando. Arrivati all’aldea, incontriamo tutti i bambini fuori dalla scuola perché è ora di ricreazione. Ci avviciniamo e vediamo altri ragazzini con gli attrezzi per il ricamo. Non credo a ciò che vedo, anche i maschietti con ago e filo che ricamano un disegno precedentemente ricalcato sulla tela e racchiuso in un cerchietto.

Rita chiede se può avere una di quelle stoffe. In un primo momento sia l’insegnante che i ragazzini la guardano in modo strano e dicono di non averne a disposizione, ma quando apprendono che vuole pagare allora il loro viso si apre ad un sorriso radioso e con tutta la disponibilità di cui sono capaci ci portano l’oggetto “dei sogni” il cui costo ammonta a ben 5 quetzales (0,50 €). Evidentemente devono essersi resi conto che la cifra richiesta non è così esagerata come sembra, tanto che vogliono fare un regalo a Rita. Ovviamente Rita – ringraziandoli per la disponibilità - rifiuta motivando il fatto che il loro lavoro e le loro attività hanno un valore, per le quali devono ricevere la giusta ricompensa che permetterà loro di affrontare meglio il loro futuro. Terminati i complimenti e le contrattazioni tutti contenti ritorniamo da P. Ottavio che nel frattempo, insieme a Suor Imelda, ha dato il via ad una riunione con le mujeres. Suor Angelica è alle prese con sette ragazzini scalmanati che devono fare la Prima Comunione. P. Ottavio ci propone di andare tutti a “las ruinas” al ritiro spirituale. Accettiamo di buon grado io in particolare perché ho sentito parlare di rovine e dove ci sono rovine sicuramente ci sono cose che meritano di essere viste. I ragazzini su invito di Suor Angelica devono portare lungo il cammino un sasso che rappresenta il fardello dei peccati fatti e del quale non si devono vergognare se qualcuno lungo strada li prende in giro perché in questo modo loro hanno la possibilità di rinascere a nuova vita. È tutto un gioco e di buon grado fanno a gara a trovare il sasso più pesante… però lungo il cammino vedo che qualcuno pare pentito di aver scelto un sasso un po’ troppo pesante per le sue possibilità ma non vuole dare soddisfazione a nessuno e così si porta il fardello fino al punto prestabilito. Anche qui, lungo un sentiero accidentato che percorriamo quasi tutti in fila indiana, ci addentriamo in mezzo alla giungla che come sempre è bellissima, piena di rumori e canti di animali. Arriviamo in prossimità di un recinto al cui ingresso troviamo un cartello che segnala la  presenza del sito archeologico “Sacùl” da cui prende nome l’omonimo villaggio. Il guardiano felice di vedere gente specie stranieri con un grande sorriso ci dice: “adelante pase adelante…”. Arriviamo su un pianoro pieno di stele su cui sono raffigurate immagini che rappresentano il regnante locale e tutto intorno si intravvedono i sassi che compongono le piramidi. Gli alberi immensi e maestosi si sono appropriati con le loro radici di tutto ciò che prima doveva essere un centro dove i Maya svolgevano la loro vita comunitaria. È un posto meraviglioso, fuori dai percorsi turistici e per questo conosciuto solo dai locali e da pochi che lì sono stati accompagnati dagli indigeni. Intanto i ragazzini continuano il loro ritiro spirituale sotto la paziente supervisione di Suor Angelica e di Betty Il tempo passa e ad intervalli i ragazzini fanno ricreazione scatenandosi in corse e giochi vari. Ogni tanto i bisogni fisiologici si fanno sentire, Rita e Franca per la paura dei serpenti si rifiutano di andare fuori dallo spiazzo in cui ci troviamo. Personalmente ho bisogno subito e vado a cercare un ramo leggero e lungo che possa permettermi di muovere le foglie che coprono abbondanti il terreno. Ne individuo uno che mi sembra faccia al caso mio, pensavo si trattasse di un ramo secco perché sprovvisto di foglie ma mi accorgo che nonostante i tentativi non viene via e scopro che è parte di un albero ricco e vegeto. Dopo vari tentativi riesco ad impossessarmene e con l’”arma” mi addentro all’interno della giungla aggirando quella che in origine doveva essere una piramide. Con il mio lungo ramo smuovo le foglie e dopo un pochino da sotto alcune di esse vedo spuntare un serpentello lungo circa settanta cm, è grosso quanto il mio indice è di un colore marrone scuro con una puntinatura bianca. Un brivido mi corre lungo la schiena è brutto da vedere, striscia veloce, per darmi coraggio penso che stia scappando perché più impaurito di me… Non glielo chiedo, molto velocemente assolvo alla mia necessità e con il mio ramo ritorno dove sono tutti gli altri. Non racconto subito l’avventura anche per non aumentare le paure di Rita e Franca. Dopo un altro pochino di tempo anche Franca assolve alla sua necessità, Rita resiste eroicamente e si fa convincere solo dalla rassicurante Sor Angelica. I ragazzini, per nulla turbati o distratti, continuano il loro ritiro e circa mezz’ora prima delle quattro Suor Angelica li coinvolge in giochi in cui tutti insieme partecipiamo. Con Rita e Franca, che fa le foto, insegnamo il “giro tondo”, “Rosa rosella” e per finire “bandierina” tutto in italiano. Ci divertiamo tantissimo Sor Angelica è molto contenta perché anche noi abbiamo partecipato ai giochi ed all’esperienza dei ragazzi.

Alle quattro in punto tutti insieme facciamo ritorno al villaggio, alle sei P. Ottavio confessa i bambini e gli adulti celebra la S. Messa durante la quale viene data per la prima volta l’Eucarestia ai neo comunicandi. Il rientro verso casa è intorno alle 20 ora locale e dopo un’oretta arriviamo a casa come sempre stanchi ma soddisfatti delle nostre nuove esperienze.
Mentre scrivo è arrivata la conferma che P. Alberto mercoledì 24 marzo p.v. ci raggiungerà qui a Dolores per dare una mano a P. Ottavio durante la Settimana Santa nel giro delle aldee.
Desidero ringraziarvi tutti: con i vostri scritti, le telefonate o anche il solo pensiero, che noi percepiamo, sentiamo la vostra “presenza” che ci invoglia a lavorare anche per voi. Nello stesso tempo voglio scusarmi se non posso rispondere a tutti ma, come vi ho già detto, quest’anno le comunicazioni fanno veramente pena. Sappiate comunque che vi abbiamo tutti con noi.
A presto con le nuove notizie da Dolores del Peten.
Franco

Ciao sono Rita, volevo aggiungere solo qualche considerazione sul “ritiro spirituale” dei bambini. Per me è stata una cosa molto coinvolgente per le attività e le riflessioni che Sor Angelica ha proposto ai bambini.
Una volta arrivati al sito la Suora, dopo aver fatto sedere i bambini, li ha invitati a “sbattere” per terra e con forza il sasso che hanno portato fin lassù perché è arrivato il momento di dire basta agli sbagli, alle bugie, alla cattiveria e bisogna cominciare a perdonare, ad essere sinceri, a non bisticciare… I bambini sembrano riflettere su cosa Sor Angelica propone, ma non sembrano molto convinti… La Suora li esorta a mettere in evidenza le loro “manchevolezze” che dovranno esternare a cuore aperto a P. Ottavio durante la Confessione, il Padre che sarà sempre loro buon amico. che li ascolterà e li aiuterà in ogni momento. Poi chiede loro di riflettere e ad ognuno di scrivere su un foglio di carta i loro “peccati”. Dopo circa mezz’oretta, durante la quale ognuno fa un po’ i cavoli suoi, Sor Angelica e Doña Betty riuniscono i bambini ai quali chiedono di portare le “loro pietre” con le quali fare un cerchio, al cui interno mettere i fogli scritti. Poi viene acceso un fuocherello che riduce in cenere ogni cosa. Nessuno saprà mai cosa c’era scritto in quei fogli ed in futuro solo le persone come il P. Ottavio potranno ricevere la loro confessione. Inoltre viene letto e si mima il Vangelo della domenica appena trascorsa (parabola del figliol prodigo) per dare importanza al fatto che il Signore, comunque, vuole bene a tutti ed è disposto a perdonarci.

Dopo il breve pranzo, condiviso in mezzo alle rovine, scaricato energie con sfrenate corse in lungo ed i largo per il sito e noi “beccati” – nonostante il repellente – da fameliche zanzare ed insetti, si ritorna a parlare di cose serie (per la verità i bambini sono molto vivaci e devono essere continuamente richiamati a prestare attenzione a ciò che viene proposto). Vengono individuati 5 alberi abbastanza distanti l’uno all’altro e si procede con la recita del Rosario per chiedere l’intervento della Madonna affinché aiuti a mettere la testa a posto. La Suora recita i Misteri Dolorosi, fa una breve riflessione ed ogni bambino ha l’incarico di recitare Padre Nostro e Ave Maria.

   

Tra canti di accompagnamento, qualche gioco “rubato”, pipì dell’ultimo momento, si arriva al termine del Rosario. È arrivato il momento di mettere in pratica ciò che hanno imparato e Sor Angelica fa il paragone della “casa”: se la casa è costruita bene con la collaborazione congiunta di “hombres e mujeres” ed ha profonde fondamenta, non può cadere solo perché soffia il vento o c’è la tempesta. Così deve essere la loro fede che non deve venire mai meno, aiutandoli nei momenti di difficoltà. Poi, tutti insieme, e dopo una breve consultazione, i bambini vanno in cerca di canne, foglie, pietre: devono costruire la loro casa e vi assicuro che questa, secondo me, è la parte che loro “sentono” di più. Con grande entusiasmo si danno da fare (vedrete tutto nelle fotografie) e fanno a gara affinché la casa sia più stabile possibile, anche perché probabilmente hanno già aiutato i genitori nella costruzione della loro. Al termine accogliamo con un grande applauso questa ultima loro fatica, della quale tutti – maschi e femmine - sono molto soddisfatti. Dopo i giochi, e non prima di aver rimesso tutto in ordine e raccolto la “basura” (immondezza), torniamo a casa.

Scusate se ho allungato il diario, ma per me era molto importante condividere con Voi questa nuova esperienza che mi ha toccato profondamente per la genuinità e la semplicità dei gesti e delle parole, esplicati in un ambiente che ti invogliava alla riflessione ed al dialogo interiore nella consapevolezza della propria fragilità.
Commentavamo con Franca: è proprio vero che solo di presenza si possono cogliere emozioni, sensazioni ed aspetti della vita vissuta in questi luoghi, vita tanto lontana dal nostro immaginario, che abbiamo dimenticato o che, forse, qualcuno di noi non ha mai conosciuto.
Ciao ciao. Aspettiamo con piacere l’arrivo di P.Alberto. Besitos para todos
Rita y Franca

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